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Si chiamava Alex

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È un ricordo che torna spesso nelle calde sere d’inizio estate. Quelle sere in cui, con piacere, cominci ad aprire le finestre e, anche se fanno capolino le prime noiose zanzare, il caldo che si avvicina ha un sapore dolce, per niente afoso, terribilmente amabile.

Quel ricordo ritorna da un passato che pare così lontano, ma mai così vivido e intenso. Quello di un’estate in cui tutto era possibile. Tutto. Perché avevamo 15 anni e sognavamo il mondo cui ci affacciavamo. Imberbi. Liberi. Non straziati da dolori o ricordi. Morti o guerre. Crisi. Austerità.

Adolescenti, (forse) ignari, (sicuramente) felici.

Quel ricordo ritorna e si riaffaccia dalle finestre di inizio estate come il primo caldo nel letto quando al mattino scopri che è ora di abbandonare il piumone ma la sera, quando vai a letto, ti fa ancora piacere avvolgerti sotto le sue coltri perché i muri della casa respirano e trasudano il freddo di un inverno non del tutto scomparso.

Era sabato. Un sabato quando noi liceali andavamo a scuola. Oggi in molti licei non si va più. Hanno compresso le ore accorciandole di qualche minuto e spalmando le lezioni su cinque giorni. Come se il tempo potesse essere ristretto o allungato a seconda del computo delle ore scolastiche dettate dal Ministero dell’Istruzione.

Ma noi allora il sabato a scuola ci andavamo.

Ed era un sabato. Il pomeriggio stava arrivando. Il momento più bello della settimana. Quello in cui si usciva e ci si ritrovava, al solito parco, alla solita gelateria. Solito posto, solita gente, solito gruppo. Noi, la nostra compagnia non eravamo tipi da disco. E certamente mai nei primi caldi. Si assaporava l’idea di libertà, essere grandi, fare quello che si vuole. Primi amori, primi baci.

La campanella suonava e col suo rumore penetrante assaporavamo l’idea del pomeriggio di libertà che arrivava. Che sembrava sempre più bello di quello che poi, in realtà, avremmo organizzato e fatto. L’aspettativa supera spesso di gran lunga la realtà.

E dunque campanella, casa, pranzo. E attesa. Il giro delle chiamate partiva più o meno sempre dallo stesso ragazzo. Era una sorta di catena telefonica non organizzata, ma che puntualmente scandiva l’inizio del nostro pomeriggio. Come se l’appuntamento del nostro (dis)organizzato gruppo di amici che frequentava diversi licei suonasse – ed evidentemente lo faceva – dentro di noi.

E arrivò anche in quel pomeriggio di maggio. Il telefono non era un cellulare. Ma un fisso. Il telefono di casa. C’erano solo quelli. Di solito la chiamata suonava più o meno così: ci si trova tutti a.. alle…

Ma quel giorno fu diverso. Diverso per sempre.

 

Alex è morto, mi disse L. al telefono.

Usciva da scuola con la sua bicicletta nuova. E’ stato investito. Da un tizio in macchina, uno che guidava contromano in una via a senso unico. E’ morto sul colpo. Non c’era nessuno con lui. E’ stato sbalzato sul cemento. L’ambulanza è arrivata che non respirava più.

Alex è morto. Sull’asfalto, lì vicino, è rimasta solo la sua bicicletta. Poco distante lo zaino di scuola e i suoi occhiali.

Alex è morto.

Telegrafico L. Lapidaria la telefonata.

Ho riattaccato la cornetta.

 

Si chiamava Alex, il mio amico. L’amico della mia compagnia. Era tedesco e voleva fare l’università a Berlino dove avevano studiato i suoi genitori. Era bello? Forse anche no. Sicuramente erano belli i suoi anni, i suoi occhi, la sua voce. Aveva 16 anni. Ed era bellissimo quando saliva sulla sua bicicletta e pedalava veloce. Felice. Libero.

Raccontava con entusiasmo che per quell’estate aveva programmato di fare il cammino francese di Santiago, 800 km dai Pirenei, Roncisvalle e Pamplona, giù e su fino a Santiago di Compostela, passando per Burgos, Leon, Astorga e Ponferrada. Che già a piedi sono un bel salire e scendere, ma che con la bici suonano un po’ come le memorabili imprese di Bartali e Coppi che non utilizzavano certo bici al titanio.

I suoi genitori – tedeschi e molto rigorosi – avevano detto sì. E per il suo compleanno gli avevano regalato quella nuova bicicletta. Scintillante. Una mountain bike con (non so quanti) cambi e telaio in alluminio, modernissima, una delle prime che si vedeva in giro, almeno in città. Lui ne era orgoglioso. Mentre raccontava con immaginazione fervida di salite e discese che avrebbe fatto con lei, gli si illuminavano gli occhi azzurri e il volto acquistava un non so che di beatitudine. Si allenava, Alex. E si allenava anche andando e tornando da casa a scuola, bello o brutto che fosse il tempo. E in campagna, la domenica. Nella loro grande tenuta. Erano ricchi i genitori. E lui la percorreva dieci, cento, mille volte. Pedalava e pedalava. Era il suo sogno, pedalare. Spesso diceva che si sentiva in paradiso quando pedalava. Noi lo prendevamo in giro, si sa come spesso sanno essere crudeli le parole degli amici. Ma lui non se ne preoccupava. Pedalava.

 

Quello schianto non l’ho mai sentito. Ma l’ho udito mille volte quando sento lo stridere dei freni di un’auto sull’asfalto. Quella bicicletta caduta sulla strada non l’ho mai vista. Ma la rivedo ogni volta che un ragazzo inforca le due ruote e velocemente si sposta senza mani – già si fa così a quell’età anche se le raccomandazioni dei genitori sono altre e anche se la legge oggi impone in città di pedalare con le mani sul manubrio. E tutto torna spesso nei sogni tormentati.

 

Non c’erano le piste ciclabili, allora. Neppure i bike flash mob. O i raduni della critical mass. Non si parlava di diritti dei ciclisti. E a Milano le signore bene si muovevano ancora in auto. Non c’era la benzina alle stelle e non era certo di moda andare con le due ruote. Era (forse) una cosa da poveri. Ma Alex era ricco. Ricchi i suoi genitori tedeschi che, in controtendenza con il flusso degli indigenti che dopo la guerra erano emigrati nei land tedeschi con la valigia di cartone, erano venuti in Italia.

Alex era ricco, la bicicletta era una scelta. Una passione. Un amore. Il primo (grande) forse. Lui l’aveva voluta. Cercata. Corteggiata, sin da bambino.

Raccontava che a Berlino, in Germania erano già in molti a utilizzarla. Si doveva abituare. Tempo due anni sarebbe andato a studiare lì. Con la sua bicicletta. Strano quando gli amici avevano la moto, molti si muovevano con lo scooter e già chiedevano l’auto ai genitori, lui pedalava. Diceva che saremmo dovuti andare tutti in bicicletta. Che quello era il mezzo del futuro. Un po’ lo predavamo in giro, noi. Il ragazzo della bicicletta, lo chiamavamo.

Lui sognava di girare il mondo a cavallo della sua bicicletta.

Chissà cosa lega una passione a una persona. Chissà quale Dna ci permette di scegliere una vita. E non un’altra. Spesso a 15 anni non si è ancora fatta esperienza di morte. E se tutt’al più si ha questa (s)fortuna, di solito è legata alla morte di un nonno, volato in cielo. Così ci raccontano.

La mia compagnia la morte l’ha conosciuta con Alex.

Quando ripenso a lui, prima sento le sue parole: ridete, voi, ridete e non capite che da grandi andremo tutti in bicicletta. Poi vedo dapprima la sua mountain bike. Da ultimo i suoi occhi cerulei sfrecciare sulla bici. Perché in effetti sfrecciava Alex, veloce. Come se sapesse che a lui il tempo non sarebbe stato dato in dono. Come se sapesse che doveva andare veloce e pedalare molti chilometri tutti insieme perché sulle strade non avrebbe avuto il tempo ancora per molto.

Chissà se la fa ancora. Ovunque sia andato. Ogni tanto, però, nelle giornate limpide di primavera mi sembra di udire di nuovo la sua voce, la sua risata. E se alzo gli occhi al cielo, mi pare di vedere in lontananza una bicicletta. Disegnata tra le nuvole. Bianche. E azzurre come i suoi occhi.Disegno paola si chiamava Alex