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Soldi facili

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Non amo molto Francesco De Gregori ma c’è un pezzo, Il bandito e il campione, che mi ha sempre colpito particolarmente: è la storia vera, anche se un po’ romanzata, dell’amicizia tra Costante Girardengo e il suo compaesano Sante Pollastri, ex ciclista, anarchico, diventato negli anni venti uno dei più feroci banditi italiani. La canzone termina con la cattura di Sante che, uscito dalla latitanza per assistere all’arrivo di una corsa ciclistica dominata dall’amico, trova i carabinieri ad attenderlo. Nella realtà sembra che Sante, nascosto in Francia, avesse avuto un incontro segreto con Girardengo impegnato in una sei giorni a Parigi, probabilmente per una richiesta di denaro, e pare fosse stato lo stesso campione, subito dopo, ad avvertire la polizia della presenza del bandito. Quando ascolto questo brano mi torna sempre in mente la storia di un ciclista che sentivo raccontare dai vecchi in negozio.

 

 

Amilcare B. non era forse un fuoriclasse ma era comunque un buon corridore, e, come Sante Pollastri, era amico e rivale di Girardengo che conosceva da quando, ragazzi, avevano incominciato a correre.

Qualche volata contro di lui Amilcare riusciva pure a vincerla ma, come dice la canzone, fin dall’inizio si vedeva chi sarebbe stato il campione.

Aveva comunque fatto una discreta carriera sportiva vincendo numerose competizioni sia su strada che su pista, col passare degli anni poi si era dedicato sempre di più a quest’ultima specialità.

Il ciclismo su pista è un esercizio raffinato e affascinante ma è pure uno sport sui cui risultati, come nell’ippica e nel pugilato, si è sempre scommesso molto.

Amilcare B., grazie anche alla grande esperienza, indispensabile in questa disciplina, vinceva spesso, quindi, per il meccanismo delle quote, chi puntava su una sua vittoria incassava poco, d’altro canto chi scommetteva su una sua sconfitta, statisticamente improbabile, poteva realizzare cifre ragguardevoli.

E Amilcare aveva degli “amici” che puntavano su di lui, in modo particolare sulle sue sconfitte, e su questo non ci sarebbe stato nulla di male, il problema stava nel fatto che era il corridore stesso a indicare loro quali sarebbero state le volate nelle quali si sarebbe, per così dire, impegnato di meno, e che, finite le gare, passava a riscuotere la sua parte.

In molti sentivano puzza di bruciato, ma prove vere e proprie della frode non ce n’erano, poi, un giorno, qualcuno della federazione lo aveva “caldamente consigliato” di ritirarsi e lui, capita l’antifona, se n’era andato.

Come atleta era anche abbastanza avanti con gli anni, e con quello che aveva raggranellato, come fanno spesso gli ex corridori, aveva aperto un piccolo negozio di biciclette.

Gli affari non andarono bene, Amilcare non era granché come meccanico, e, abituato alla vita dell’atleta, mal sopportava quella di bottega preferendo a quest’ultima l’osteria.

I facili guadagni realizzati con le corse truccate finirono in fretta e Amilcare si ritrovò sul lastrico.

Fu a quel punto che si presentarono alla porta i vecchi “amici” dei velodromi.

– Ti sei sempre comportato correttamente nei nostri confronti, e ora noi vogliamo darti una mano.

È un lavoretto facile.

Ti metti in tasca un po’ di queste aquilette, prendi su la bici da corsa e vai ad allenarti come facevi una volta.

Ogni tanto ti fermi, ti bevi un bianco, una gazzosa, o ti prendi un mezzo toscano, paghi con una delle nostre monete, ritiri il resto, te lo metti nell’altra tasca e alla sera ce lo consegni. Tutto qua.

Quando le avrai piazzate tutte te ne daremo delle altre, ogni dieci monete una è per te. –

Fu così che Amilcare tirò fuori di nuovo la vecchia bicicletta da corsa rossa e riprese ad “allenarsi”, ma con le tasche piene di pezzi da cinque lire che non provenivano precisamente dalla Zecca di Stato.

La voce che qualcuno stava seminando denaro falso in tutta la provincia cominciò però a diffondersi e le forze dell’ordine, allertate, misero ben presto a fuoco la figura del falsario ciclista.

Una domenica pomeriggio Amilcare stava risalendo la riva sinistra dell’Adige da Pescantina verso Trento.

Aveva già fatto un paio di “tappe” quando si era fermato in un’osteria quasi in riva al fiume dalle parti di Domegliara, aveva ordinato il solito bicchiere e si era messo a guardare i giocatori di carte.

Sfortuna volle che passassero due carabinieri della stazione di Sant’Ambrogio di Valpolicella, i quali notarono, appoggiata al muro dell’osteria, la bicicletta rossa già segnalata altre volte.

Amilcare li aveva visti con la coda dell’occhio mentre entravano nel locale, in un attimo, passando dalla porta che dava sull’orto dietro la casa, era corso fuori e, dopo una breve corsa, si era gettato in acqua cercando disperatamente di raggiungere a nuoto l’altra sponda dell’Adige.

Per Amilcare non era giornata, purtroppo per lui i due militi non erano appiedati ma avevano appena ricevuto in dotazione due Bianchi militari color grigioverde.

Passato rapidamente il ponte al “Passaggio di Napoleone”, avevano risalito per qualche centinaio di metri la riva destra del fiume arrivando giusto in tempo per tirarlo fuori esausto dall’acqua, e mettergli i ferri.

Amilcare si era fatto un paio d’anni al fresco mantenendo sempre una condotta esemplare, una volta fuori aveva trovato lavoro come fornaio, mestiere che aveva imparato in carcere, e non si era mai più avvicinato al mondo del ciclismo.

Era stata una grave imprudenza lasciare quel giorno la sgargiante bicicletta davanti all’osteria, l’avesse nascosta sul retro e fosse riuscito a inforcarla non ci sarebbe stata gara.

L’unico che avrebbe potuto impensierirlo sarebbe stato soltanto Girardengo non certo due caramba su dei ferri vecchi da bersagliere con le gomme piene.