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Il caldarrostaio

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L’estate era finita, Felice ricominciò la scuola, prendeva il treno e andava a Bergamo, alla scuola di avviamento al lavoro. Al pomeriggio le sfide ciclistiche non si erano esaurite, ma ormai non c’era storia, Felice vinceva sempre. Quella mattina di domenica andò alla messa dei ragazzi, entrò nell’ombra della grande navata con i quadri antichi che gli parlavano di Gesù e dei profeti. Gli facevano soggezione. Quando uscì avvertì il profumo, inconfondibile. Il caldarrostaio era piazzato al limite del sagrato con il suo triciclo e il pentolone dove preparava le castagne sul fuoco, le boröle. Il caldarrostaio si chiamava Gioàn, veniva dalla città.

Il suo papà lo conosceva bene, diceva che era un antifascista, uno che aveva attraversato brutti momenti. Una sera papà Mosè aveva raccontato davanti alla stufa la storia del Gioàn, una storia di tanti anni prima, e Felice ed Ezio avevano ascoltato attenti, con i piedi infilati nel forno della stufa che si stava spegnendo. Era una sera di dicembre, una sera fredda, faceva talmente freddo che non riusciva neppure a nevicare. La gente riempiva il centro della città, entrava nei negozi, preparava il Natale. Come tutte le sere, Gioàn aveva piazzato il suo grosso triciclo sullo slargo vicino al teatro e al laghetto dove nuotavano i cigni bianchi. Arrivava con il triciclo con su il bidone e la legna e la gran teglia traforata. Tirava giù tutto e preparava per cuocere le castagne. Qualche volta, in quelle sere gelide, dal bidone dove la legna bruciava, si sprigionavano fiamme alte, rosse e azzurre, e succedeva che le caldarroste del Gioàn andassero in fumo, carbonizzate. Una sera, il Gioàn fu costretto a buttare bidone e castagne nel laghetto dei cigni. Era ubriaco. Quel pomeriggio l’uomo si era scaldato nell’osteria del Davide, in Pignolo, e aveva alzato il gomito più del solito. E il vino non era di alta qualità. Era piciorla. Cioè, era vinaccio. Il caldarrostaio viveva solo, non aveva una moglie, una famiglia. E spesso, quando non lavorava, si rincantucciava nell’osteria a bere. Il rosso gli faceva compagnia, gli dava spensieratezza, persino euforia. In quegli anni torvi, in quegli anni bui, era una consolazione.

Il caldarrostaio era un socialista di vecchia data. Non sopportava i fascisti. E non lo aveva nascosto. All’imbrunire, l’uomo si era allacciato i tre bottoni del cappottone, calzato il berretto di lana, salutato l’oste e aveva aperto la porta facendo tintinnare il campanellino. Si era diretto verso il cortile, lì vicino, dove teneva l’“azienda”. L’incendio del bidone si era verificato intorno alle otto di sera: vedendo la fiamma alta e le castagne ormai perdute il Gioàn aveva spinto il triciclo con su il bidone-fornello per pochi metri, fino al laghetto che circondava il monumento a Gaetano Donizetti, poi aveva buttato bidone, casseruola e castagne nell’acqua. Ma aveva bevuto troppo, perse l’equilibrio e finì anche lui nel laghetto, insieme ai cigni. Annaspò, con le mani toccò la melma scivolosa del fondo e l’acqua gelida gli intrise il cappotto e gli andò giù per la gola. L’acqua non era profonda, solo cinquanta, sessanta centimetri. Gioàn riuscì a risollevarsi, a saltare fuori. Ritto sull’asfalto del marciapiedi si guardò le mani sporche di fango e sentì il gelo dei vestiti inzuppati. Tossì. I suoi occhi iniettati di sangue fissarono il laghetto e pensò che bidone e padellone e caldarroste erano lì dentro e che bisognava recuperarli. L’uomo avvertì una risata provenire dall’altra parte della strada. Si girò e sotto i lampioni vide un gruppetto di giovani. Erano avanguardisti. Erano vestiti di nero, portavano il fez. L’uomo li conosceva. Ogni tanto venivano da lui, lo prendevano in giro, pretendevano le caldarroste e non pagavano. Gioàn non rispondeva, teneva gli occhi bassi. Adesso sghignazzavano, sotto i lampioni e i rami degli alberi spogli. Uno di quei giovanotti gridò: «Ti sei lavato, eh? Ti sei lavato finalmente, vecchio ubriacone socialista…». L’uomo fece finta di niente. Si affacciò oltre il muretto che gli arrivava al ginocchio; le luci si specchiavano nel laghetto, disegnavano macchie sulle minuscole onde. Scavalcò l’orlo e sentì di nuovo l’acqua gelida salirgli dalle caviglie ai polpacci. Si disse che doveva fare presto, che doveva cambiarsi, che si sarebbe preso una polmonite. Con il piede tastò il fondo melmoso, quasi subito avvertì un oggetto solido. Immerse la mano, tirò fuori il padellone. Il bidone era lì accanto.

Li spinse oltre il bordo e uscì gocciolando. I tre avanguardisti dall’altra parte della strada se ne stavano andando. Caricò la roba sul triciclo e cominciò a pedalare. Avrebbe trovato la casa fredda perché la stufa era spenta; non ricordava se a casa avesse qualcosa con cui cambiarsi. Il gelo gli strinse la gola. D’improvviso gli tornò in mente quando era bambino, vide la mamma con il grembiule nero e il papà che aveva dei grandi baffi e guadagnava da vivere vendendo gli stracci. Erano poveri, ma il camino era sempre acceso. Gli venne il magone. Il triciclo entrò cigolando nel cortile di quella vecchia casa nel borgo antico della città. L’uomo scese di sella e tremava e si disse che questa volta la polmonite non gliela avrebbe tolta nessuno, nemmeno Sant’Antonio Abate. Maledisse castagne, padella, laghetto, la vita. Tante stelle scintillavano in quella notte gelida. Maledisse persino Dio. Ma lui era socialista. Non esisteva nessun Dio da maledire. Nemmeno quello. La stufa era spenta. Aveva ancora un po’ di legna, la infilò nello sportellino, richiuse, accese. Tremava come una foglia nel temporale. Tolse gli abiti inzuppati, si asciugò con una tovaglia a quadri verdi e indossò due maglioni vecchi e logori, ma di lana. Restò davanti alla stufa, sentiva la legna sfrigolare. Aveva le dita dei piedi intorpidite, teneva le mani protese. Dalle feritoie vedeva la fiamma, e la fiamma era calda, viva. Il sangue riprendeva a scorrere, il gelo lasciava la presa sui suoi muscoli e sui muri scrostati della casa. «Le venti lire», pensò improvvisamente l’uo77 mo, «nella tasca dei pantaloni avevo venti lire!». Frugò nei pantaloni fradici appoggiati all’altra sedia, sempre accanto alla stufa. Provò un momento di gioia quando li sentì nella tasca, bagnati e spiegazzati, ma ancora integri: con quei soldi avrebbe mangiato per diversi giorni e magari avrebbe potuto anche concedersi un pasto in trattoria. Pensò a Bruna. Si sentì contento. Con uno straccio asciugò i capelli, indossò un altro maglione perché il pastrano era inservibile, mise i pantaloni rattoppati, ma asciutti, infilò le calze e gli zoccoli ai piedi. Uscì nella notte e tremò ancora, si guardò intorno, si incamminò.

La Bruna non aveva un unico fidanzato. Lui la amava. Camminò nella strada silenziosa e buia del borgo, entrò nel portoncino, salì le scale. Bussò. Era sola. Lo accolse, gli chiese come stava. Lui la baciò. Dormirono insieme e verso mattino Gioàn si svegliò e cominciò a fantasticare di trovare un lavoro che desse garanzie a una donna, magari operaio o manovale, con uno stipendio fisso. Si figurò sopra un’impalcatura, con i mattoni e i secchi di malta. Magari lei avrebbe smesso di fare quel mestiere e allora sarebbe stata soltanto sua. Guardò il viso della donna, i capelli neri sul cuscino, le labbra sottili. Si riaddormentò. Al risveglio, Bruna gli aveva preparato persino la colazione. Gioàn aveva mangiato ed era uscito. Le aveva lasciato dieci lire. Non le aveva detto nulla dei suoi progetti: disse a se stesso che doveva rifletterci. Cinquanta centesimi. Gioàn sollevò gli occhi. Vide un uomo di mezza età con il cappotto grigio e il borsalino. Versò le castagne nel sacchetto. L’uomo gli diede la banconota, raccolse le caldarroste bollenti e andò via. Bruna. Perché non le aveva detto nulla? Quel pomeriggio era tornato nell’osteria, aveva bevuto di nuovo. In quel momento, accanto al triciclo e al bidone con il fuoco, si disse che non aveva il coraggio di parlarle. Ecco la verità. Non aveva la forza di dirglielo. Ecco il vero motivo, altro che necessità di pensare! Il caldarrostaio 78 La vita a pedali Sferrò un calcio alla ruota del triciclo. Pensò che era tardi, che per quella sera gli affari erano conclusi, che poteva andarsene. Sentì la voce di un ragazzo: «Dammi un po’ di castagne». Si voltò, vide che il cliente era uno di quei giovani avanguardisti. Era vestito tutto di nero, con il fez e i capelli cortissimi. Chiese Gioàn: «Quante ne vuoi?». «Un bel sacchetto.» Prese la paletta, infilò le castagne roventi dentro al sacchetto di carta, lo porse al giovane.

D’improvviso avvertì un capogiro, barcollò, restò in piedi. «Cinquanta centesimi», riuscì a dire. «Sempre ubriaco», disse il giovane. Appoggiò la moneta a fianco del sacchetto, fece una risatina beffarda e si voltò. «Che cosa ve ne frega! Che cosa ve ne frega! Faccio quel che mi pare, quello che voglio!» Aveva urlato. Il giovane fascista si era girato, per un momento stupito, come impaurito, e Gioàn si trovò a guardarlo dritto negli occhi con una carica di odio, con una forza che aveva dimenticato di possedere. Per un momento si sentì potente. Il giovane fascista andò via. La piazzetta rimase deserta e gelida, qualche piccione beccava sul selciato. A poco a poco il Gioàn sentì il caldo respiro dell’orgoglio affievolirsi. Spense la fiamma del bidone, tolse la padella e le poche caldarroste rimaste e le depose sul ripiano del triciclo. Sbucciò una caldarrosta, iniziò a masticarla. Doveva parlare con la Bruna, doveva dirle quello che lui provava. Doveva smetterla di nascondersi dietro le dieci lire. Dieci lire e tutto è finito. Sentì dei passi, tacchi che battevano sulla strada e si avvicinavano rapidamente. Si girò, ma prima ancora di capire sentì una mano afferrargli la spalla. Li vide. Erano quei fascisti. Uno lo prese per la spalla, lo spinse contro il triciclo. «Maledetto ubriacone», disse il più basso dei quattro. Gioàn riconobbe il ragazzo che aveva preso le castagne. Si agitò per liberarsi. Improvvisamente uno dei ragazzi fece partire un pugno, Gioàn perse 79 l’equilibrio, cadde e batté la testa contro il ripiano del triciclo. Avvertì la nebbia, i capogiri, poi diventò tutto buio e sentì delle mani che lo afferravano e delle voci che gli sembravano lontanissime. Qualcuno disse: «Stiamo attenti». Un altro rispose: «Non ci vede nessuno, non c’è nessuno». Gioàn perdeva sangue dalla testa. Sentì che lo tiravano in piedi, cercò di gridare, ma gli infilarono qualcosa in bocca. Lo presero per i piedi e per le spalle. Uno di loro sibilò: «Sei un porco comunista».

Non vedeva, era come se avesse davanti una nebbia. Lo stavano trasportando da qualche parte. Che cosa volevano fargli? Che cosa aveva fatto lui di male? Un tonfo, d’improvviso quel gelo terribile, l’acqua che lo avvolgeva, che penetrava nei calzoni, nei maglioni, dentro le ossa… Gioàn si agitò, la mente si schiarì improvvisamente e l’uomo vide quei farabutti che lo tenevano, che lo spingevano sotto. L’acqua gelata e amara gli corse giù per la gola ed entrò nei polmoni. Gioàn cercò di riemergere con tutte le sue forze e tossì, ma altra acqua gli corse giù, pensò che voleva andare dalla Bruna, che non voleva morire… In quel momento dalla piazzetta passarono due persone, erano due uomini della valle che si trovavano in città perché dovevano trattare la vendita di un carico di legna. Erano uomini duri, erano boscaioli. Videro la scena, videro il triciclo e il bidone e il gruppetto di fascisti. Capirono. Cominciarono a gridare, si avvicinarono senza paura. I quattro giovani sentirono le urla, si voltarono: pensarono che dovessero filarsela, e in fretta. Lasciarono la presa, uscirono dal laghetto e se la diedero a gambe. I due uomini non li inseguirono, arrivarono al muretto, videro che c’era un uomo nell’acqua e senza indugio entrarono, lo tirarono fuori. Era messo male. Gli fecero sputare l’acqua dai polmoni, premettero la cassa toracica, l’uomo tossì improvvisamente come se la gola dovesse spaccarsi. Era fradicio, gelido. I due pensarono che se non fosse morto subito soffocato sarebbe morto di polmonite. Uno dei due premette ancora la cassa toracica, andò alla bocca, lo fece respirare. Venne fuori un altro fiotto di acqua. Dovevano portarlo in Il caldarrostaio 80 La vita a pedali ospedale. Lo tirarono in piedi, lo sorreggevano per le spalle, arrivarono sul bordo della strada, c’erano due taxi a poche decine di metri; uno di loro corse a chiamarli. Il taxista mise subito in moto. Caricarono il Gioàn, gli dissero di portarlo in ospedale, gli dissero che era il caldarrostaio. Il taxista: «Lo conosco», rispose. «Che cosa è successo?». L’uomo rispose: «Dei giovani, cercavano di farlo annegare». «Giovani vestiti di nero?» «Sì.» «Farabutti.» «Sì. Lo porti in fretta. Muore di polmonite.» «D’accordo.» L’uomo gli allungò un biglietto da cinque lire, ma il taxista lo rifiutò: «Ci penso io», disse. L’uomo della valle insistette, ma il taxista ripeté: «Ci penso io». Il taxi partì. I due uomini avevano i piedi fradici e gelidi, i pantaloni bagnati dal ginocchio in giù. Andarono a scaldarsi in un’osteria.

Il Gioàn rimase all’Ospedale Maggiore per diversi giorni, ma quando uscì era guarito. Riuscì a recuperare il suo triciclo con il bidone e la padella. Poi, in una mattina di quella primavera si ripulì e si vestì bene; andò dalla Bruna e le parlò. La Bruna non disse no, disse che voleva pensarci. Gioàn tornò alla sua casa. Poche settimane dopo arrivò la guerra, ma lui aveva superato la quarantina, non venne chiamato alle armi. Tre anni più tardi ci fu l’8 Settembre. Gioàn diede una mano ai partigiani della città, rischiò non poco quando, nascosti sul ripiano del triciclo sotto un carico di legna, aveva condotto in salvo due ebrei, li aveva portati al Patronato San Vincenzo, il collegio di quel santo prete che si chiamava don Bepo. Poi la guerra finì. Gioàn continuò a vendere caldarroste e a girare per i paesi con il suo triciclo. Il primo maggio del 1945 nella chiesa di San Bernardino aveva sposato il suo amore, la Bruna, e il parroco, don Giuseppe Cavagna, li aveva benedetti. Bruna non era più giovane, eppure il 10 giugno del 1946 era nato il loro unico figlio, un bel bimbo di quattro chili, che la Bruna volle chiamare 81 Benedetto e che don Cavagna battezzò in parrocchia, con grande felicità. Questa era la storia che papà Mosè aveva raccontato a Felice e ai suoi fratelli una sera davanti al fuoco. Ma una cosa non l’aveva detta: cioè che lui e lo zio Pidada erano gli uomini che avevano salvato il Gioàn. Non aveva detto che per questa ragione, quando raramente andavano a vedere la partita dell’Atalanta, il caldarrostaio davanti allo stadio sempre insisteva per offrire a Felice un bel sacchetto di castagne. Queste cose, papà Mosè davanti al fuoco non le aveva dette. Ma Felice era un ragazzo intelligente e la sua mente stabilì subito il collegamento fra la storia e il caldarrostaio che incontravano allo stadio. La sera in cui suo padre gli raccontò quella storia, Felice andò a dormire contento, si infilò fra le coperte gelide con il mattone caldo e restò immobile ad aspettare che il tepore scongelasse le lenzuola e il materasso.