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Libertà di casco: lettera aperta della presidente Fiab al senatore Esposito

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La ripresa dei lavori parlamentari sul nuovo Codice della Strada, fermo in Senato da mesi, è stata segnata dalla riproposizione, da parte del senatore Stefano Esposito (Pd), dell’obbligo di uso del casco per tutti i ciclisti.

Un provvedimento discusso anche in altri Paesi, tutti arrivati alla conclusione – ad eccezione dell’Australia – della sostanziale inefficacia del provvedimento ai fini di una riduzione dell’incidentalità su strada, e di un effetto deterrente rispetto all’obiettivo di un aumento della mobilità ciclabile. Sì, perché safety in numbers, la sicurezza sta prima di tutto, nell’aumento del numero dei ciclisti sulle strade; e poi, piuttosto, nelle pieghe di altri provvedimenti inseriti, tra varie resistenze, nella riforma in discussione del Codice della Strada (ad esempio, zone 30 come standard urbano, adozione del controsenso ciclabile). Resistenze e ritardi che hanno portato tra l’altro a un appello di Fiab al presidente del Senato Pietro Grasso.

Sul tema ospitiamo una lettera aperta all’onorevole Esposito, che è stato anche assessore alla mobilità del Comune di Roma, di Giulietta Pagliaccio, presidente Fiab.

 “…parlare di obbligo di casco nella situazione attuale dELLA ciclabilità iN Italia è come voler costruire una casa dal tetto.”

“Caro senatore Esposito,

utilizzo la bicicletta quotidianamente da moltissimi anni, in situazioni molto diverse dalla grande metropoli, come Roma, alla piccola città, come casa mia; faccio vacanze in bicicletta, in Italia e all’estero, e indosso il casco (ma mi auto denuncio e dico che talvolta lo dimentico). Insomma, credo di esser titolata per parlare dei problemi dei ciclisti.
Non sono un architetto, né geometra, né ingegnere ma, anche senza averne titolo e competenze specifiche, se mi dicessero che cominciano a costruire una casa dal tetto come minimo mi farei qualche domanda sulla sanità mentale della persona che me lo proponesse.
Non so quanto lei sia “uso” all’utilizzo della bicicletta, ma credo che anche lei può comprendere che parlare di obbligo di casco nella situazione attuale di ciclabilità italiana è come voler costruire una casa dal tetto.
Non le cito tutti gli studi che dicono che statisticamente l’obbligatorietà del casco è controproducente per lo sviluppo della mobilità ciclistica perché lei sicuramente ne sa, la invito invece sommessamente a valutare se non sia il caso di cominciare a costruire la mobilità ciclistica dalle fondamenta, a partire dalla redistribuzione dello spazio pubblico in favore di cittadini che desiderano utilizzare un mezzo diverso dall’auto, dall’abbassamento della velocità delle auto in città, dalla realizzazione di infrastrutture per la ciclabilità adatte alle diverse situazioni (non utilizzo volutamente la parola “pista ciclabile” perché non in tutte le situazioni è la soluzione più idonea). Questi interventi sono le fondamenta della “casa della ciclabilità” e quando abbiamo costruito la casa cominciamo anche a pensare ai dettagli, come può essere l’obbligo del casco, se proprio lo riteniamo opportuno dati alla mano.
So già cosa mi dirà: “…ma prima di tutto c’è la sicurezza!”.
Ecco, ci faccia un favore, insieme a tutti quelli che pensano che i ciclisti sono dei pazzi furiosi che hanno fatto del pericolo il loro mestiere di vita: non abbiamo bisogno di un obbligo di legge per capire che alcuni comportamenti possono essere letali per noi stessi e sappiamo come comportarci per salvarci la pelle.
Lo dico perché siamo anche un po’ stufi di chi ci fa passare per dei poveri minus habens a cui dobbiamo insegnare anche come ci soffia il naso e cosa ci si mette in testa (in tutti i sensi).
Caro Senatore, ritiri l’emendamento e si faccia un giro in bicicletta con noi: scoprirà un mondo molto migliore di ciò che si immagina.”