Home Mercato duepuntozero Pedalata assistita: cinque miti da sfatare

Pedalata assistita: cinque miti da sfatare

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Le bici a pedalata assistita non sono solo per gli anziani

 

Abbassamento dei costi e del peso, maggior durata delle batterie, design più accattivante. Sono queste le carte giocate dai produttori di e-bike (che negli ultimi anni hanno visto l’ingresso dei grandi gruppi come Bosch, Shimano e Samsung solo per fare un esempio) per far crescere la diffusione della bici a pedalata assistita. Nel 2013 in Italia sono stati oltre 51mila i modelli venduti, con un aumento del 12% rispetto all’anno precedente: sono però una goccia di fronte ai 42 milioni che girano in Cina, poco anche in confronto al mercato europeo che si attesta sui 900mila pezzi venduti, 200mila dei quali solo nei Paesi Bassi. Il problema è che, in Italia, sono ancora molti i pregiudizi verso queste biciclette: proviamo a vedere quali sono.

1. Vanno bene per le persone anziane.

L’affermazione è innegabile, ma non è totalmente vera. Le bici a pedalata assistita facilitano l’azione, riducendo lo sforzo e la sudorazione, ma richiedono comunque un’attività aerobica. Sono ideali, ad esempio, nel bike to work, per chi si deve presentare al lavoro sempre impeccabile. Lo dimostra il fatto che, in Francia, i maggiori acquirenti sono compresi nella fascia tra i 25 e i 40 anni.

2. Sono pesanti e lente.

Dipende molto dal modello. Sicuramente oggi i produttori hanno fatto molto per renderle migliori sotto questi punti di vista. Il peso si aggira di solito sui 20chili, compensati però dall’aiuto che viene dato alla pedalata. È facile quindi viaggiare senza particolari sforzi intorno ai 20 – 25 km/h. Oltre questa velocità la pedalata assistita viene meno e il peso comincia a farsi sentire.

3. Hanno scarsa autonomia e vanno messe continuamente sotto carica.

Nei modelli in circolazione – se si escludono quelli che arrivano dall’Oriente, dal prezzo basso e dalle prestazioni conseguenti – la batteria si mantiene carica per una distanza che varia dai 70 ai 90 km. Sono quindi ideali per il ciclista urbano, anche se, sempre più spesso, le e-bike vengono utilizzate dagli operatori turistici nelle località montane.

4. Sono tozze e brutte.

Le potenzialità del mercato delle e-bike hanno spinto i produttori a cercare nuove soluzioni che soddisfino anche l’aspetto estetico. Dai primi modelli con i motori ingombranti sulla ruota posteriore, si è passati a quelli sul telaio, sul mozzo anteriore, per finire, nel movimento centrale. Efficienti e quasi invisibili.

5. Sono care e più soggette ai furti.

La tecnologia ha portato certamente a un lievitare dei costi. Se fino a dieci anni fa con 600 euro se ne poteva acquistare una – con tutti i limiti estetici e funzionali che abbiamo raccontato – oggi per avere un’e-bike di fascia media ce ne vogliono almeno il doppio, mentre i modelli più evoluti possono arrivare anche a tremila euro. Ma l’acquisto va visto come un investimento per un prodotto da usare ogni giorno. Certo, visti i costi, sono più esposti ai ladri, per questo oltre a un ottimo antifurto, bisogna armarsi di buona volontà e cominciare a battagliare perché le biciclette, assistite e no, abbiano diritto a entrare nei cortili delle case e dei posti di lavoro.