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Bike polo palla lunga e pedalare

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Allenamento al centro sociale Leoncavallo dell'Asd Milano Bike Polo
Emiliano Zanni
Emiliano Zanni (foto Simona Ballatore/BC)

«Tre, due, uno, Polo!», urla l’arbitro. Da quel momento è vietato mettere i piedi per terra per dieci minuti intensi, la bicicletta si fa destriero e vince chi fa più goal: è il bike polo, un gioco di squadra, coordinazione, equilibrio. Una disciplina che affonda le sue radici già nel mondo anglosassone dell’Ottocento, ha conquistato alcuni Paesi in cui era forte la cultura dell’hockey per approdare anche in Italia. Dove sta crescendo.

I gruppi più numerosi si trovano in Veneto, fra Vicenza e Padova anche i Comuni si sono attrezzati destinando spazi ad hoc. Seguono i colleghi di Milano, Torino, Roma e Bergamo. Sul campo si sfidano due squadre da tre giocatori ciascuno.

A Milano galeotta fu una svedese, bike messenger di professione, che fra una consegna e l’altra iniziò a diffondere i principi dello sport, a giocare e a creare un bel gruppetto. Che poi, negli anni, ha iniziato a diventare sempre più professionale, costituendosi in associazione, affiliandosi alla Uisp (Unione italiana sport per tutti) e lanciandosi nell’agonismo. Questo sarà il terzo inverno per i ragazzi dell’Asd Milano Bike Polo. Oggi sono una quindicina, hanno iniziato giocando all’aperto, spostandosi da piazza San Fedele alla ricerca di piste di pattinaggio ma, pioggia e neve a parte, i campi erano un po’ “stretti” e così, dopo vari traslochi, hanno trovato casa all’interno del centro sociale Leoncavallo dove si ritrovano tutti i mercoledì sera.

C’è CHI SI FABBRICA BICI PARTICOLARI. MEGLIO EVITARE QUELLE A SCATTO FISSO

«Abbiamo fatto crescere il bike polo in città. All’inizio era sperimentazione pura, ci fabbricavamo noi le mazze con le racchette da sci e i tubi da idraulico; leggende metropolitane narrano anche di stecche di bambù», strizza l’occhio Emiliano Zanni. Poi man mano ci si è specializzati, realizzando mazze e bici ad hoc. «Ma attenzione, si può giocare con qualsiasi bicicletta. C’è chi scende in campo con ruote da 28, chi con mountain bike e chi si fabbrica bici particolari con specifiche tecniche; meglio evitare biciclette a scatto fisso, sono troppo lente. L’importante comunque è che non si creino ostacoli al passaggio della pallina nel telaio e non ci siano spuntoni; le bici devono essere sicure e bisogna proteggersi con caschetto, guanti e ginocchiere». C’è un freno solo, solitamente anteriore o a tamburo, anche perché con l’altra mano bisogna impugnare la mazza. Il resto è un’evoluzione continua. «Le regole poi, come sempre, le scrivono gli americani» ammette Zanni. Non c’è un campionato di bike polo ma ci sono tanti tornei e, in assenza di una vera e propria federazione, ci si organizza anche a livello internazionale usando social network e forum.

Gli ultimi mondiali si sono disputati ad agosto a Montpellier; in gara c’era anche Fabio Corbellini, in trasferta da Bergamo con il suo gruppo: «Ho iniziato nel 2011, gioco a bike polo da quasi tre anni», racconta, con alle spalle la tecnica e la malizia dell’hockey su ghiaccio. «È nato tutto per caso. Avevo in cantina tante bici e ho pensato di darle alla ciclostazione di Bergamo. Qui uno dei ragazzi mi ha detto che giocavano a bike polo e che secondo loro era uno sport che poteva piacermi. Abbiamo creato un’associazione dilettantistica e dal piazzale siamo passati a un bel parco pubblico con una pista di pattinaggio a sponde alte».

«OCCORRE SFATARE il pregiudizio CHE IL BIKE POLO SIA UN’ATTIVITÀ DA MASCHI»

Eleonora Mele
Eleonora Mele

Perché scegliere il bike polo? «È uno sport ancora tutto da costruire, è un po’ come essere agli albori del cinema», risponde Corbellini. «E poi è uno sport di squadra, che ti fa girare l’Europa e conoscere tantissime persone. A me piace soprattutto quello che gli ruota attorno. È un ambiente competitivo ma sano, che aggrega. Uno sport molto fisico dove devi essere bravo a muoverti bene, velocemente, coordinando i movimenti», aggiunge Zanni.

In Italia però ci sono ancora degli ostacoli da superare: convincere le nuove leve a esplorare uno sport alternativo al classico pallone, coinvolgere le istituzioni in modo che diano spazi in più e visibilità al bike polo e sfatare il mito che sia un’attività “da maschi”. Eleonora Mele si è messa di impegno per abbattere in prima persona questo tabù. «Gioco da un anno. All’inizio è stata dura. Ne avevo sentito parlare, sono un’appassionata di culture urbane e sport alternativi, così da sola mi sono presentata ai veterani del Bike Polo Milano, che mi hanno messa subito alla prova. Mi sentivo davvero incapace e ho dovuto superare l’aspetto emotivo di entrare in un gruppo nuovo. Oltre a dover imparare regole e tecnica: bisogna controllare più cose insieme, la bici, la mazza, la pallina e soprattutto imparare a non mettere i piedi per terra. È stato traumatico», scherza, ricordando il battesimo. «Adesso non ne posso più fare a meno. Ci si diverte un sacco e io gioco con una punta di agonismo, sento l’adrenalina. Proteggiamoci bene, e sfatiamo questo mito».