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I Fornasetti bici e design

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Multiplette è una carta da parati che celebra, con gusto retrò, la bicicletta.

Padre e figlio, due caratteri diversi, due visioni spesso agli antipodi, ma uniti dal design e anche dalla bicicletta, da quelle pedalate «che sono meditazione» e osservazione di una Milano ricca di chiaroscuri.

Su una bicicletta grigia metallizzata, decorata con una greca che porta la sua firma, Piero Fornasetti, pittore, progettista, collezionista, sperimentatore scomparso nel 1988, uno dei talenti più originali e anticonformisti del Novecento al cui genio Milano ha di recente dedicato una mostra, Cent’anni di follia pratica.

Sull’altra – «la vecchia e amata Bianchi» – , che oggi prosegue l’attività del padre, non solo custodendone l’archivio (anche on line sul sito www.fornasetti.com ) ma tenendolo in vita, “pedalando” nell’arte, producendo, decorando, facendo conoscere quella «formula segreta Fornasetti», com’è stata battezzata dall’architetto e designer francese Philippe Starck, che riesce a «togliere dall’impasse», a trasmettere fermento creativo.

OGGI BARNABA FORNASETTI, IERI PAPÀ PIETRO: ARTISTI ANTICONFORMISTI, PER CUI LA BICI ANDAVA USATA, RIPRODOTTA, DECORATA.

Barnaba Fornasetti, la bicicletta è entrata nella vostra vita, ma anche nella vostra arte…

formasetti apertura«Diciamo che oltre al rapporto utilitaristico, c’è un amore estetico per l’oggetto in sé. Mio papà l’aveva classificato fra gli oggetti di design semi-perfetti, difficili da perfezionare più di tanto. Che non ha bisogno di essere ridisegnato, va bene così. Poi, certo, ci possono essere delle variabili ma la bici è la bici».

Un oggetto che non può essere ridisegnato. Ma decorato sì.

«Mio padre decorava tutto il decorabile, e forse io più di lui. Negli anni Ottanta ha creato la Bicicletta greca, una bicicletta classica con telaio e parafanghi decorati, per amore del mezzo, pur dovendo trovare delle soluzioni: non è infatti un oggetto che si presta tanto alla decorazione perché non ha delle superfici vaste, ma solo dei tubi. Ci ha pensato, lo ha studiato e ha risolto il problema. In mostra alla Triennale di Milano abbiamo esposto un prototipo che fa parte del nostro archivio, ma ne ha realizzate diverse».

È diventata anche oggetto d’arredamento con la carta da parati Multiplette. Che messaggio voleva trasmettere?

«Non penso ci sia dietro un messaggio vero è proprio, è l’immagine in sé che conta. Anche se in fondo l’immagine di quegli uomini che pedalano insieme è un’allegoria. L’icona della bicicletta è stata ripresa anche su un vassoio sempre di quel periodo e su alcune cravatte. Noi non facciamo opere d’arte, ma oggetti d’uso artisticizzati. Certo è interessante notare come la bicicletta sia entrata a far parte anche di un mondo artistico. In quegli anni mente di molte iniziative è stato Antonio Colombo della Cinelli che, essendo anche gallerista, ha promosso molto la liaison fra artisti e biciclette. Anch’io mi feci fare da lui un prototipo, una bicicletta da corsa super tecnologica, rossa, con dei piccoli soli incorporati sopra».

Suo padre faceva parte della Ciclisti Milanesi?

«Non so se avesse un’iscrizione vera e propria. Quello che è certo è che lui simpatizzava, lottava per i ciclisti. Nel negozio di via Brera aveva esposto un cartello: “Si fanno sconti a ciclisti e ciclopici”. Era già allora un sostenitore dell’utilizzo della bici a Milano, quando ancora si parlava poco del problema del traffico, che già esisteva, ma non era ancora così “in voga” l’idea della bicicletta come alternativa all’inquinamento. Anzi, all’epoca il mercato di biciclette era molto in crisi. Ha sempre anticipato le tendenze future».

In quegli anni però pedalavate in direzioni diverse…

«Sulla bicicletta siamo sempre stati d’accordo, mi ha trasmesso questa passione come tante altre cose. Lui era un uomo molto progressista (si fece espellere anche da Brera perché in contrasto con i metodi didattici di allora), rivoluzionario e innovativo ma fondamentalmente di destra. Era un montanelliano quando io ero un sessantottino. Insomma, eravamo cani e gatti. I tempi adesso sono cambiati e spesso mi lasciano perplesso, ma in passato abbiamo litigato molto, c’è stata anche una separazione. Io me ne andai in Toscana, lì purtroppo ho perso il contatto con la bicicletta perché fra una collina e l’altra gli spostamenti erano duri, dovevo percorre diversi chilometri e muoversi velocemente con quel su e giù non era facile. Mi occupavo di piccoli cantieri, case coloniche, restauri e commercio di mobili. Tornato a Milano, ho ripreso a pedalare. Anche con mio padre successivamente c’è stato un riavvicinamento».

 LE BICI BIANCHE DEI PROVOS HANNO SEGNATO LA NASCITA DI UNA CULTURA PIÙ ATTENTA ALL’AMBIENTE

Negli anni Settanta la bicicletta era anche portatrice di un certo tipo di cultura.

«Assolutamente sì. Una cultura che è iniziata con il movimento controculturale dei provos in Olanda e che purtroppo è stata completamente dimenticata. Se chiedi alle nuove generazione chi sono i provos pochi sanno rispondere. È un movimento che penso abbia influito anche sulle mie idee perché è legato strettamente alla mia cultura ecologista. Oggi, quando arrivo agli appuntamenti in bicicletta e mi rivolgono le solite battute, rispondo sempre: “Guardate che è il mezzo del futuro”. I provos in quegli anni lo avevano già capito».

D’altronde lo scorso anno c’è stato anche il sorpasso fra la vendita di bici e quella di auto.

«Sì, stiamo vivendo in un’epoca interessante dal punto di vista della bicicletta e di questo – a mio parere – progresso umano, che parte da una fase di crisi globale, economica, ma soprattutto ambientale. Per la prima volta l’uomo non si trova a scrivere la storia, ma la storia viene scritta dalle situazioni che l’uomo ha creato in precedenza e che lo obbligano a fare delle scelte. Anche la bicicletta è testimone di questo passaggio. Ovviamente il progresso umano vorrebbe continuare a indirizzare lo sguardo verso mezzi più meccanici e veloci, con l’evoluzione dell’automobile o dell’aeroplano. Mezzi che consumano troppa energia, materia, carburante. Ma la ricerca, la scienza, il sapere umano non riescono a trovare un moto perpetuo. L’energia pulita al 100 per cento non esiste, parliamoci chiaro, poi in futuro chissà. Certo per adesso siamo ancora lontani. Dobbiamo tornare indietro, per un certo senso, dobbiamo tornare al moto. Anche se più che un tornare indietro per me è un riequilibrare le forze, riscoprire una maniera di muoversi facendo esercizio fisico. Quando vedo chi fa cyclette o cammina sui tapis roulant mi chiedo sempre: perché nelle palestre non mettono dei generatori?».

 

MIO PADRE ERA CAPACE DI DECORARE TUTTO IL DECORABILE: MA CON I TUBI DELLA BICI HA AVUTO UN COLPO DI GENIO

La bicicletta disegnata da Pietro Fornasetti
La bicicletta disegnata da Pietro Fornasetti

Il progresso passa anche per la bici, insomma, anche se le città non sono ancora pronte.

«A Milano ci sono solo due grandi controindicazioni: il pericolo e l’aria. Gli eroi però stanno aumentando esponenzialmente, un po’ per la crisi, ma anche proprio perché sono eroici, ci credono. Fino a poco tempo fa pensavo ci sarebbe stato un collasso: auto in coda, strade intasate. Tutto bloccato, nessuno riesce più a muoversi. E così i primi cominciano a mollare la macchina in mezzo all’incrocio perché non ce la fanno più e i secondi li seguono a catena. Chissà».

Quando un Fornasetti pedala che fa? Crea?

«In bicicletta si medita. Anche se bisogna stare un po’ attenti a non meditare troppo. Per me è come quando si nuota. Poi penso che pedalare sia un modo perfetto per osservare punti di vista diversi, soprattutto a Milano, una città interessante e da scoprire, che chi vive non vede veramente. È una città ricchissima di stili. Quando la riosservo in bicicletta penso sempre a come mi piacerebbe collaborare con architetti per tornare a decorare gli edifici: abbiamo bisogno della decorazione oggi, come della musica. Tutti noi tendiamo a decorarci, anche i più minimalisti. È insito nell’animo umano e coinvolge tutte le scelte che facciamo nella nostra vita».

Suo padre le ha mai raccontato di opere nate in bicicletta?

«Mio padre si muoveva stoicamente in bicicletta fino a quando ce l’ha fatta, anche in inverno, con la sua giacchetta. Non portava mai i cappotti. Ricordo quando gliel’hanno rubata una volta. L’ha ritrovata, riconosciuta e se l’è rirubata. Anche per lui pedalare era un modo di meditare».

Fra design e pittura, un ruolo di primo piano nell’archivio Fornasetti è riservato al collezionismo. Anche di bici?

«A me piacerebbe collezionare biciclette belle, d’epoca. Io ho una vecchia Bianchi, che non curo più di tanto perché a Milano te le rubano. Vorrei anche creare una bicicletta personalizzata, non solo con il decoro, ma un assemblaggio dei pezzi migliori: sella, telaio, gomme, cerchioni. Fare una ricerca su ogni particolare. Mio padre invece aveva una Taurus che uso ancora io, era la nostra marca di famiglia: milanese, con uno storico negozio vicino a casa e di qualità. Poi aveva quella decorata con la greca, l’originale era grigia metallizzata e sono stati fatti alcuni prototipi. L’originale la usava solo nelle occasioni importanti. E oggi vedo spesso girare in città anche un’altra delle biciclette decorate da lui, la pedala Inge Feltrinelli. Quando ci incrociamo mi dice sempre: la bicicletta di tuo padre è sempre efficiente». Estrosa, pratica: Fornasetti, insomma.