Home mobilità ambiente Sicuri in bicicletta. Una campagna che manca il bersaglio. Perchè nasconde l’auto

Sicuri in bicicletta. Una campagna che manca il bersaglio. Perchè nasconde l’auto

1145

Titolano “Non ci siamo, non ci siamo per niente”. Motivo? “Che ci siano degli imbecilli fra i ciclisti non toglie che il rischio derivi quasi sempre dalla condotta incosciente di tanti automobilisti e camionisti che credono di essere i padroni della strada”. Concludono con “un modesto consiglio alla Federazione Ciclistica Italiana: quando partecipa alle campagne sulla sicurezza prenda spunto da quanto fatto all´estero dove tali campagne sono fatte all´insegna della condivisione della strada fra pedoni, ciclisti, motociclisti e automobilisti”. Salvaiciclisti? Fiab? No, siamo semplicemente sul sito della Us Vicarello 1919; associazione di ciclisti dilettanti toscani, una delle tante a cui è dedicata in prima battuta la nuova campagna “Sicuri in bicicletta”.

La campagna è stata presentata la settimana scorsa. È firmata da Federciclismo e Ania (una fondazione emanazione del mondo assicurativo); ed è stata realizzata con la collaborazione di Polizia di Stato e ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti (il ministro Graziano Delrio l’avrà vista? Che ne pensa?). Sarebbe, negli intenti, quella che si chiamava un tempo ‘pubblicità progresso’. L’intenzione di Fci è quella di portare la campagna (in totale sono sei video) nelle scuole, e in tutte le società sportive dilettantistiche d’Italia. Il trailer diffuso sul web (ecco il link) mostra tre minuti di irrealistici scenari, di pedalate all’alba in città dormienti, ciclisti che si allenano su strade da ‘mulino bianco’, incrociando rade, rispettose auto; stigmatizza (bersaglio ovvio) l’uso del cellulare mentre si pedala, ma lascia intendere che è fuorilegge anche chi pedala senza casco. E ha suscitato l’immediata reazione di tutto l’arco delle associazioni che si occupano di mobilità ciclistica, Salvaiciclisti e Fiab in primis, che hanno scelto la forma della diffida a proseguirne la diffusione.

Prima ancora che ai ciclisti urbani che affrontano ogni giorno la giungla del traffico e che sanno bene (lo ricorda qui Giulietta Pagliaccio, presidente Fiab) che l’80% degli incidenti ai ciclisti è causato dalle auto, la campagna è un’offesa alla logica. E se, snidato così da Maria Teresa Montaruli, la giornalista ‘ladra di biciclette’ a cui dobbiamo una puntuale ricostruzione dei fatti, il dirigente della Fci ammette che ‘non si poteva girare a traffico aperto per garantire la sicurezza ai ragazzi protagonisti del video’, si ha da un lato una dichiarazione che è la classica ‘toppa peggio del buco’, dall’altro si ammette che la situazione sulle nostre strade è fortemente a rischio: per i ciclisti che le affrontano in allenamento, come per chi va in bici ogni giorno a scuola, al lavoro, a comprare il pane.

Insomma, più che pubblicità progresso è pubblicità ingannevole, al pari di tanti patinati spot di automobili (la settimana scorsa l’ultimo caso, che ha coinvolto la tedesca Bmw).