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Laurent Fignon, autobiografia di un campione giovane e incosciente

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Laurent Fignon

Laurent Fignon, il Professore. Lo chiamavano così per quegli occhiali da vista  che gli davano un’aria da intellettuale e perché, a differenza di quasi tutti gli altri qualche libro l’aveva letto. Parigino, un’anomalia in una Francia ciclistica votata alla provincia, Fignon correva e vinceva perché gli piaceva prima di tutto la bicicletta, la corsa, le gare all’attacco. Eravamo giovani e incoscienti, (296 pagine, 21 euro) la sua autobiografia scritta con Jean-Emmanuel Ducoin scrittore ed editorialista del quotidiano L’Humanité, appena uscita in Italia da Pagine Al Vento la nuova collana di Mulatero Editore, tradotta e curata da Gino Cervi.

Laurent Fignon, una vita all’attacco

E già questa potrebbe essere una garanzia di qualità per un libro considerato ormai uno dei classici della letteratura ciclistica, molto più del racconto della vita e delle imprese ciclistiche di un grande, e sfortunato, campione. Uscito nel 2009 in Francia, un anno prima della sua morte per cancro, Eravamo giovani e incoscienti è il ritratto di un’epoca, quella del decennio Ottanta del Novecento, che Fignon stesso definisce il “breve intermezzo hippie” del ciclismo moderno, preso in mezzo tra la fine dell’epoca d’oro di Anquetil, Merckx e Gimondi e l’inizio di una nuova era che avrebbe dato forma al ciclismo contemporaneo, forse sfigurandolo da una dimensione che, fino a quell’epoca, era rimasta una costante: correre all’attacco.

Scrive Fignon: “Il ciclismo vive oggi la malattia che affligge lo sport in generale. La posta è molto più alta che ai miei tempi e, quando dico posta, mi riferisco, naturalmente, ai soldi. I media hanno peso e potere e gli sponsor sono molto più importanti di prima. Un aspetto alimenta l’interesse dell’altro. Bisogna dire la verità. Ai nostri giorni, quando un corridore fa una bella prestazione al Tour, sembra che abbia inventato un nuovo sport! Che sciocchezza!

ll ciclismo, infatti, si è trasformato in uno sport di difesa, dimenticando la sua ragion d’essere essenziale: andare all’attacco. È l’essenza del ciclismo, il suo spirito, la sua anima. Non si può solo aspettare e sperare che l’avversario ceda, perché questa è una mentalità meschina, non da campione”.

Una lucidità tutta “d’attacco”, con cui fotografa la sua epoca di corridore e, senza fare sconti, ne evidenzia le caratteristiche più autentiche e ne denuncia le magagne. Dal doping generalizzato, agli accordi sottobanco, alle grandi corse a tappe costruite ad uso e consumo di un vincitore annunciato. Con passione e senza false nostalgie da reduci.