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Major Taylor, due libri raccontano il campione nero nell’America razzista

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Major Taylor

Major Taylor. Siamo a fine Ottocento e prima di Muhammad Alì e prima ancora di Jesse Owens è stato lui, corridore ciclista professionista, il primo atleta di colore che ha dovuto fare i conti con il razzismo. Alla storia sportiva e umana di Marshall Walter Taylor, detto Major perché da ragazzo andava in giro con la giubba dell’esercito nordista appartenuta al padre sono usciti, quasi contemporaneamente due libri: Black Boy Fly (Pagine Al Vento) di Marco Ballestracci e Major Taylor, il negro volante (Ediciclo) di Alberto Molinari.

Major Taylor, un campione contro tutti

   Due volumi che in qualche modo si integrano perché se quello di Ballestracci, uno dei più affascinanti cantori dello sport e del ciclismo in particolare è soprattutto un bel romanzo, Mollinari, che è prima di tutto uno storico punta su una ricostruzione della vita di Taylor e del contesto ciclistico americano e internazionale nella quale si inserisce, attingendo e citando articoli di giornali dell’epoca. Non solo quelli degli Stati Uniti, ma anche della Francia e dell’Italia, Paesi nei quali Major era venuto ad esibirsi sulla spinta della fama che, come pistard praticamente invincibile, aveva conquistato negli Usa. Una vita difficile quella di un ragazzo di colore in bicicletta allora, soprattutto se campione, ma anche oggi, ad esempio a Chicago, per chi Major Taylornon è bianco pedalare non è così facile. L’arrivo di Major nel mondo dei velodromi, regno unico dei ciclisti bianchi, viene vissuto da molti, da troppi come un insulto. “La diffusione degli ideali dei gentiluomini in bicicletta -diceva nel 1894 il vice presidente della League of American Wheelmem, associazione che promuoveva il ciclismo negli Stati Uniti -è una questione di grande civiltà e deve essere appannaggio della parte migliore del Paese”. Major Taylor dimostrava però con i fatti di essere, sotto l’aspetto sportivo, la parte migliore del Paese, stracciando a ripetizione i più forti atleti bianchi. Nonostante le intimidazioni della polizia, le scorrettezze degli avversari al limite della criminalità sportiva, il pubblico che affollava le tribune solo per vederlo perdere.  Un grande affresco, attraverso un grande campione di cui fino a oggi si sapeva poco o nulla, di un’America che comincia a fare i conti con con il XIII emendamento, quello che aboliva la schiavitù e che per molti bianchi al potere avevano trascinato la nazione “in una vergognosa fiacchezza morale”.